Da Parigi al futuro dei nostri ragazzi: cosa mi porto a casa dall’IECA Symposium 2026
Quando ho disfatto la valigia al mio rientro da Parigi, mi sono resa conto che i bagagli più pesanti non erano quelli pieni di appunti e brochure universitarie, ma quelli carichi di riflessioni, prospettive e nuove consapevolezze.
Come vi raccontavo nel mio precedente articolo sui motivi della mia partenza, avevo intrapreso questo viaggio verso l’IECA Symposium con una serie di domande molto precise nella mente. Sono le stesse domande che ascolto ogni giorno nel mio studio: come farà mio figlio a trovare il suo spazio in un mondo dominato dall’intelligenza artificiale? Oppure ha ancora senso fare sacrifici per un’istruzione internazionale, quando la tecnologia sembra poter accorciare ogni distanza e automatizzare ogni competenza?
Oggi, dopo due giorni di intensi dibattiti, panel e confronti ospitati negli spazi moderni e vibranti della IÉSEG School of Management, proprio sotto l’imponente Grande Arche de La Défense, torno a casa con delle risposte solide e con un profondo senso di gratitudine.
Devo infatti confessarvi un orgoglio particolare: non ho vissuto queste giornate soltanto come spettatrice. Nei mesi scorsi, come avevo anticipato, ho avuto il grande privilegio di lavorare dietro le quinte per dare forma all’agenda dell’IECA Symposium, fianco a fianco con Andrea Tsahageas e un team eccezionale di colleghi. Insieme, abbiamo costruito un programma che mettesse al centro le sfide reali di oggi: l’impatto dell’AI, l’educazione globale e l’evoluzione dei modelli universitari europei. Vedere la nostra incredibile community animarsi e confrontarsi su questi temi è stato il coronamento di un lungo lavoro di squadra.
Davanti a un auditorium gremito da rappresentanti di circa 40 università europee e statunitensi, insieme a un’ottantina di consulenti educativi indipendenti, abbiamo affrontato un vero e proprio “assessment transatlantico” sul futuro dei nostri ragazzi. E torno con una visione molto più chiara di chi sia davvero, oggi, il “Future Learner”.
L’Intelligenza Artificiale non è il nemico, ma uno specchio della nostra umanità
Come reagire, dunque, a questa “erosione strutturale”? La risposta non può essere una semplice integrazione dell’AI nelle aule, ma una vera e propria riprogettazione. Come ha sottolineato Lapenta (John Cabot ), quando l’intelligenza diventa ampiamente accessibile, le istituzioni devono coltivare consapevolmente ciò che resta scarso: le competenze che l’AI non potrà mai riprodurre o sostituire.
A fargli eco, in uno dei momenti più emozionanti dell’evento, è stato Andreas Schleicher, direttore del dipartimento Education and Skills e consigliere speciale del Segretario Generale dell’OCSE. Schleicher ha ricordato una verità che la tecnologia spesso ci fa dimenticare: il miglior indicatore di un insegnamento di alta qualità è quando gli studenti credono che il loro insegnante sarebbe genuinamente felice di vedere chi sono diventati a distanza di anni.
Un algoritmo non sarà mai “felice” dei traguardi di un nostro ragazzo. Non proverà orgoglio vedendolo laurearsi, né saprà infondergli coraggio dopo un fallimento. Noi esseri umani siamo e restiamo animali sociali: impariamo attraverso l’ispirazione, l’emulazione, la collaborazione e persino quella sana competizione che si crea in un’aula universitaria. Solo la connessione umana autentica può alimentare il vero “appetito” per la conoscenza e trasformare un semplice periodo di studio nel vero viaggio di crescita che auguro a ogni studente.
Oltre i test standardizzati: il vero valore del “Best Fit”.
Oggi, le università più all’avanguardia non cercano semplicemente “macchine da test” in grado di memorizzare nozioni a ripetizione. Al contrario, cerco studenti dotati di un pensiero critico reale, capaci di cogliere le sfumature etiche, di lavorare in team internazionali e di adattarsi a contesti in rapida evoluzione.
Questo si ricollega perfettamente a ciò che cerco di trasmettere alle famiglie quando parliamo di studiare all’estero nel 2026: lo studio oltre i confini nazionali non è una semplice medaglia da appuntarsi sul curriculum o un trucco per saltare la fila nel mercato del lavoro. È una vera e propria palestra della vita. È un acceleratore di quelle soft skills (competenze umane e trasversali) che diventeranno il vero fattore discriminante quando l’AI avrà automatizzato gran parte delle competenze tecniche. Un’esperienza internazionale insegna ai ragazzi a navigare nell’incertezza, a comprendere culture profondamente diverse dalla propria e a costruire una rete di relazioni che nessuna macchina potrà mai replicare.
Il nuovo ruolo dei counselor (e dei genitori) nell’era dell’AI
Come professionisti dell’orientamento educativo, la nostra responsabilità sta subendo una trasformazione radicale, e altrettanto vale per il ruolo dei genitori. Cosa significa questo nella pratica quotidiana? Significa che non siamo più – e non dobbiamo più essere – dei semplici “erogatori di informazioni”. Se un ragazzo vuole solo una lista di dieci università europee con corsi in inglese, oggi gli basta scrivere un prompt su ChatGPT. Ma l’intelligenza artificiale non è in grado di leggere l’ansia negli occhi di un diciassettenne indeciso. Non sa interpretare le dinamiche familiari, non sa valutare se una città è troppo dispersiva per il carattere di un determinato studente, e certamente non può costruire un piano su misura prestando attenzione alla sostenibilità economica e ai costi reali che la famiglia dovrà affrontare negli anni.
Per rimanere rilevanti, sia come consulenti che come genitori, dobbiamo fare un passo avanti: dobbiamo pensare più a fondo, fare domande migliori ai nostri ragazzi e fornire un valore inestimabile in cui l’AI è completamente carente: giudizio critico umano, empatia, esperienza vissuta e una profonda connessione.
Consigli pratici per le famiglie del “Future Learner”
Alla luce di tutto ciò che è emerso all’IECA Symposium, come possiamo tradurre queste alte riflessioni in azioni concrete per chi sta per scegliere un percorso universitario o una scuola superiore all’estero? Ecco alcuni punti fermi da cui ripartire:
- Cercate l’interdisciplinarità: non limitatevi a cercare corsi ultra-specializzati e puramente tecnici (la cosiddetta “produzione cognitiva strutturata”, che rischia di essere presto mercificata dall’AI). Valutate atenei che permettono di contaminare i saperi (ad esempio unendo economia e filosofia, o informatica e scienze sociali). La flessibilità mentale sarà l’arma vincente.
- Indagate sul lato umano dell’università: durante gli Open Day (o nelle visite ai campus che organizzo), non chiedete solo quali siano i tassi di occupazione. Chiedete quale sia il rapporto numerico tra professori e studenti. Chiedete se i docenti conoscono i ragazzi per nome, se ci sono programmi di mentoring e se viene incentivato il lavoro di gruppo e il dibattito etico reale, e non solo la consegna di saggi scritti.
- Usate l’AI come trampolino, non come stampella: incoraggiate i vostri figli a utilizzare l’intelligenza artificiale per fare ricerca esplorativa sulle università, ma pretendete che il “perché” scelgano una meta piuttosto che un’altra nasca da un profondo lavoro di introspezione personale, e non dall’algoritmo.
Pronti per iniziare questo viaggio insieme
L’energia incredibile che ho respirato a Parigi durante questo IECA Symposium, resa ancora più speciale dall’entusiasmo travolgente degli studenti della IÉSEG che ci hanno fatto da “ambasciatori” per tutta la durata dell’evento (veri e propri professionisti del futuro!), mi ha riempito di ottimismo.
Il “Future Learner” di cui parlavamo sui tavoli di lavoro non è un automa ipercompetitivo e freddo. È il ragazzo o la ragazza che si siede sulla poltrona del mio studio: a volte spaventato, spesso confuso, ma sempre portatore di sogni straordinari, consapevole di doversi costruire una flessibilità a prova di futuro, sviluppando competenze prettamente umane che la tecnologia non potrà mai sottrargli.
Se, come famiglia, state pensando di intraprendere questo incredibile percorso di studi all’estero, il mio messaggio per voi è uno solo: l’educazione del futuro sta subendo una pressione strutturale enorme, ma proprio per questo motivo i nostri ragazzi avranno bisogno di scuole e università che siano più umane che mai. Sarà un percorso sfidante, denso di scelte cruciali, ma ricco di soddisfazioni. E io sono qui, con la mente arricchita da questo nuovo bagaglio europeo, pronta ad accompagnarvi. Insieme, passo dopo passo, verso il domani.
