Quando il viaggio si inverte: raccontare l’Italia a chi sogna di studiare lontano da casa

 In ORIENTAMENTO

Sommario

 

Per anni ho accompagnato studenti italiani che desideravano costruire il proprio percorso universitario fuori dall’Italia. Stavolta, però, la prospettiva si è capovolta, ed è stato proprio questo a rendere l’esperienza così interessante. Lavorando come Italy Country Expert per Briteguides, mi sono trovata a fare il percorso inverso: raccontare l’Italia, il suo sistema universitario, le sue opportunità e anche le sue complessità, a studenti, famiglie e counselor internazionali che guardano al mio Paese come possibile destinazione di studio.

Questo cambio di direzione mi ha fatto riflettere su un punto che considero centrale nel mio lavoro: studiare all’estero non significa solo spostarsi geograficamente, ma entrare in una relazione nuova con il mondo, con gli altri e con se stessi. In questo senso, parlare dell’Italia a chi vive altrove non è stato solo un esercizio informativo, ma anche un modo per interrogarmi sul valore profondo dello scambio educativo, sul significato dell’internazionalizzazione e su ciò che un’esperienza di studio, in Italia o altrove, può lasciare davvero nella vita di una persona.

Dal partire all’accogliere

Per molto tempo, nel mio lavoro di orientamento per studiare all’estero, ho visto soprattutto un movimento in uscita. Studenti italiani che guardavano agli Stati Uniti, al Regno Unito, al Canada o ad altri Paesi europei come a luoghi in cui trovare una formazione più adatta alle proprie aspirazioni, oppure semplicemente un contesto in cui misurarsi in modo nuovo con il mondo.

È un movimento che conosco bene e che continuo a seguire ogni giorno, attraverso percorsi costruiti su misura, in cui cerco di aiutare studenti e famiglie a capire non solo dove andare, ma perché, con quali obiettivi e con quali strumenti. Proprio per questo, essere chiamata a contribuire a una guida internazionale sull’Italia mi è sembrato, fin da subito, qualcosa di simbolicamente molto forte: per una volta non si trattava di spiegare come uscire, ma di spiegare perché arrivare.

E devo dire che questa inversione di prospettiva mi è piaciuta molto. C’è anche un piccolo elemento ironico, se vogliamo: dopo anni trascorsi a spiegare a studenti italiani come leggere portali, application systems e procedure di altri Paesi, mi sono ritrovata a fare l’opposto, cioè a spiegare a studenti stranieri come orientarsi dentro i nostri percorsi, i nostri portali , i nostri bandi e le nostre logiche. In fondo, però, il cuore del lavoro è rimasto identico: tradurre complessità, costruire ponti, aiutare le persone a capire meglio dove stanno andando.

Perché lo studio all’estero conta davvero

Quando si parla di studio all’estero, si tende ancora troppo spesso a ridurre tutto a una questione di prestigio, lingua inglese o opportunità professionali. Sono aspetti reali e importanti, naturalmente, ma non esauriscono il senso dell’esperienza. Studiare in un altro Paese significa prima di tutto cambiare posizione rispetto al mondo. Significa uscire da ciò che è familiare, sospendere le abitudini, scoprire che molte delle cose che davamo per scontate, nei rapporti, nella scuola, nella comunicazione, sono in realtà solo una delle tante possibilità esistenti.

Dal punto di vista educativo, questo passaggio è straordinariamente fecondo. Le università non sono solo luoghi in cui si accumulano informazioni o si ottengono crediti, ma spazi in cui si costruiscono identità, relazioni e visioni del futuro. Quando questa esperienza avviene in un contesto internazionale, l’apprendimento si allarga inevitabilmente: non riguarda più solo il contenuto di un corso, ma il confronto quotidiano con altri modi di parlare, ragionare, dissentire, collaborare, immaginare la vita adulta.

Nel mio metodo di lavoro, questo aspetto è sempre centrale. Non considero mai la scelta di un Paese o di un’università soltanto in termini di ranking, reputazione o sbocchi. La domanda più interessante, e anche la più difficile, è sempre un’altra: chi diventerai vivendo e studiando in quel contesto?

La mente transculturale, tra educazione e complessità

Questa idea di mente transculturale ci ricorda che imparare non è solo accumulare nozioni, ma cambiare il modo in cui guardiamo ciò che ci circonda. In un periodo di risposte facili e muri mentali, studiare all’estero allena a gestire l’incertezza e a confrontarsi con la differenza.

Chi studia in un altro Paese impara quasi sempre a convivere con una certa dose di disorientamento. Deve interpretare codici nuovi, capire come funzionano le relazioni, adattarsi a regole non scritte che nessuno gli ha insegnato esplicitamente. È un processo che può essere faticoso, certo, ma è anche uno dei modi più efficaci per sviluppare autonomia, elasticità mentale e capacità di leggere la realtà da più punti di vista.

Per questo considero l’esperienza internazionale, sia in uscita sia in entrata, qualcosa di più di una tappa accademica. È una forma di educazione alla complessità, un allenamento a tenere insieme identità differenti, aspettative divergenti, linguaggi diversi. E se questo vale per gli studenti italiani che partono, vale altrettanto per gli studenti internazionali che scelgono di arrivare in Italia.

Se sei all’inizio e hai dubbi pratici, puoi consultare la mia guida “Come studiare all’estero: guida utile”, dove spiego i primi passi da fare. Ne parlo in modo ancora più approfondito nel mio libro, uno strumento pensato per chi vuole una mappa chiara.

Raccontare l’Italia a chi la guarda da fuori

Ed è qui che si inserisce il lavoro fatto con Briteguides. Nel contribuire all’Italy Quick Reference Guide, ho cercato di raccontare l’Italia non come una cartolina, ma come un sistema universitario reale, ricco di opportunità e al tempo stesso articolato, con regole che vanno comprese, tempi che vanno rispettati e scelte che vanno fatte con consapevolezza.

Uno dei messaggi centrali della guida è che l’Italia non è solo una delle destinazioni di studio più accessibili in Europa, ma anche una delle più ricche in termini di diversità accademica, culturale e di esperienza complessiva. Le università pubbliche italiane, per esempio, applicano tasse generalmente basate sul reddito e non differenziano automaticamente tra studenti italiani e internazionali come avviene in molti altri sistemi, un elemento che rende il Paese interessante per molte famiglie. A questo si aggiunge la presenza di oltre 90 università pubbliche e private, scuole di eccellenza, percorsi in italiano e programmi internazionali in inglese, dentro un sistema pienamente inserito nello Spazio Europeo dell’Istruzione Superiore.

Proprio perché l’Italia è una meta affascinante, è importante non semplificarla troppo. Chi guarda il nostro Paese da fuori deve sapere che non esiste un sistema centralizzato unico di candidatura, che le procedure variano da università a università e che per gli studenti non europei entra in gioco anche Universitaly, il portale governativo per la preiscrizione. Anche per questo una guida chiara può fare la differenza: aiuta a trasformare una fascinazione generica per l’Italia in una scelta ragionata e praticabile.

Mettere ordine tra emozioni, informazioni e aspettative è spesso già un primo passo. Alcuni strumenti pratici per farlo li ho raccontati anche in “Costruire connessioni per un percorso di studio all’estero”, dove parlo di diari delle passioni, visite ai campus e modi concreti per avvicinarsi a questa scelta in maniera più consapevole.

L’Italia come esperienza, non solo come destinazione

C’è un altro aspetto che per me conta moltissimo. Studiare in Italia non significa soltanto iscriversi a un corso di laurea in un certo ateneo. Significa vivere un’esperienza formativa in un Paese in cui lo studio si intreccia continuamente con lo spazio urbano, con il patrimonio culturale, con la lingua, con il modo di stare insieme.

Le università italiane, salvo alcune eccezioni, non sono pensate come campus separati dal resto. Sono spesso immerse nel tessuto urbano, nei centri storici, nelle reti di trasporto, nei quartieri e nella vita quotidiana. Questo comporta sfide, naturalmente, ma offre anche un tipo di esperienza molto particolare, in cui l’apprendimento non si limita all’aula e si allarga alla vita concreta, alle relazioni, ai tempi della città, alle differenze territoriali.

Per molti studenti internazionali questa è una sorpresa. Ci si aspetta l’Italia della bellezza, dell’arte, della cucina, e la si trova, certo. Ma si scopre anche un sistema complesso, una vita universitaria distribuita, un modo di apprendere che passa attraverso la città, la lingua, le reti informali e le occasioni di confronto quotidiano. È proprio questa stratificazione, secondo me, a rendere l’Italia una destinazione formativa così interessante per chi non cerca solo un titolo, ma un’esperienza piena.

Un’idea che attraversa anche il progetto del mio libro “Studenti a Tutto Mondo!”, nato dall’osservazione di come si trasformano studenti e famiglie quando iniziano a guardare al mondo come a un possibile spazio di studio e di vita.

Un’inversione che dice qualcosa del presente

C’è qualcosa di molto attuale, e in fondo anche di incoraggiante, nel fatto che oggi il movimento degli studenti non sia più solo unidirezionale. Per molti anni in Italia abbiamo guardato soprattutto a chi partiva. Oggi, sempre più spesso, possiamo guardare anche a chi arriva. Questo non cancella i problemi del nostro sistema universitario, che esistono e vanno affrontati, ma segnala che l’Italia può essere parte attiva di uno scambio educativo internazionale più ricco e più maturo.

Mi sembra un passaggio importante anche dal punto di vista culturale. Accogliere studenti internazionali non significa semplicemente aumentare i numeri o “internazionalizzare” un’offerta formativa. Significa ripensare le università come luoghi in cui si incontrano prospettive diverse, in cui anche noi, come sistema e come Paese, impariamo qualcosa da chi arriva. La formazione internazionale in Italia sta crescendo e sta diventando un’opzione di alta qualità sempre più attraente, specialmente per gli studenti che arrivano da oltreoceano.

Da questo punto di vista, lavorare come Italy Country Expert per Briteguides è stato per me molto più di un riconoscimento professionale. È stato un modo per dare voce, in un contesto internazionale, all’idea che l’educazione migliore nasca sempre dall’incontro tra differenze, dalla curiosità reciproca e dalla capacità di leggere il mondo in modo non semplificato.

Il senso del mio lavoro, oggi

In fondo, che io stia accompagnando uno studente italiano all’estero o che stia aiutando chi vive dall’altra parte del mondo a venire in Italia, l’obiettivo è lo stesso. Seguo infatti sia ragazzi che puntano fuori, sia studenti internazionali che mi contattano per capire come entrare nel sistema universitario italiano o europeo.

Nei miei percorsi di orientamento personalizzato lavoro proprio su questo, cioè sulla costruzione di scelte che siano sostenibili, realistiche, ambiziose quanto basta e coerenti con la storia di ogni studente. Non esiste il Paese perfetto in assoluto, non esiste l’università perfetta per tutti. Esiste piuttosto un dialogo tra desideri, capacità, contesto familiare, risorse economiche, maturità personale e progetto di vita.

Chi è curioso di approfondire questi temi può ritrovare molti di questi fili anche in altri articoli del blog, ad esempio nel post “Come studiare all’estero: tutto quello che devi sapere dove ragiono su strumenti e tappe utili per passare dalle idee ai passi concreti.

Se vi riconoscete (studenti e famiglie) in alcune delle domande che attraversano queste righe e state pensando a un percorso universitario in Italia o all’estero, nella pagina Servizi racconto come lavoro. Vi invito a contattarmi per costruire insieme il progetto di studio personalizzato.

 

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